Il supergovernatore spiega con parole reaganiane perché gli Stati Uniti devono dare l’esempio
Signora Reagan, gentili ospiti. E’ un onore per me essere qui oggi a parlare alla Reagan Library. Voglio ringraziare la signora Reagan per il suo invito, sono emozionatissimo. Ronald Reagan credeva in questo paese. Incarnava la forza, la perseveranza, la fede che per secoli ha spinto gli immigrati a imbarcarsi in viaggi pericolosi per venire qui. Era convinto che come le cose andavano ed erano andate bene per molti americani, così sarebbero migliorate per altri americani nel futuro. di Chris Christie
6 AGO 20

Questa visione del paese ha ispirato la sua Amministrazione per otto anni. Il suo impegno nel rendere l’America più forte, migliore e più determinata è quel che gli ha concesso anche la libertà di sfidare il sentire comune, di attraversare le linee di partito e di mettere i risultati prima dell’opportunismo politico.
Chiunque in questa stanza e in chissà quante altre stanze del nostro grande paese ha un suo aneddoto preferito su Reagan. Il mio è quel che accadde nell’agosto del 1981: i controllori di volo, violando i contratti, scioperarono. Reagan ordinò loro di tornare al lavoro e mise in chiaro che chi si fosse rifiutato sarebbe stato licenziato. In migliaia si rifiutarono, e in migliaia furono licenziati. Cito questo fatto non come una parabola dei rapporti di lavoro, ma come una parabola dei principi. Reagan era un uomo che diceva quel che pensava e pensava quel che diceva. Molti erano convinti che stesse bluffando, ma si sbagliavano. La richiesta di Reagan non era un vuoto gioco politico: era leadership, pura e semplice. Reagan lo disse nel miglior modo possibile: “Credo che questo fatto abbia convinto chi ancora aveva dubbi che intendevo veramente fare quel che dicevo. Sarei stato altrettanto deciso se fossi stato convinto che il management era dalla parte sbagliata della disputa”.
Ho ricordato questo momento decisivo anche per altri motivi. Molti americani allora e anche oggi pensano che la gestione di quello sciopero fosse una faccenda di politica interna, uno scontro tra il presidente e i sindacati. Non è così. Per citare un’altra frase di un momento particolare della storia americana: tutto il mondo ci guarda. Grazie ai giornali, alla televisione, e sempre più a Internet e ai social media, tutto quel che accade non rimane qui. In altre parole: gli americani non possono permettersi il lusso di credere che ciò che per noi sembra una pura questione interna non abbia conseguenze al di fuori dei nostri confini. E’ il contrario, semmai: quel che diciamo e facciamo qui influenza il modo con cui gli altri ci guardano e così influenza quel che gli altri dicono e fanno.
Il ruolo dell’America nel mondo è definito, prima di tutto e sopra di tutto, da quel che siamo a casa nostra. E’ definito da come ci comportiamo uno con l’altro. E’ definito dal modo con cui affrontiamo i problemi. E’ definito in gran parte da quel che noi diamo come esempio.
Il ruolo dell’America nel mondo è definito, prima di tutto e sopra di tutto, da quel che siamo a casa nostra. E’ definito da come ci comportiamo uno con l’altro. E’ definito dal modo con cui affrontiamo i problemi. E’ definito in gran parte da quel che noi diamo come esempio.
Abbiamo la tendenza a considerare la nostra politica estera come qualcosa che riguarda soltanto le persone che lavorano al dipartimento di stato o i diplomatici. In qualche modo ovviamente è così, ma una delle forme più potenti di politica estera è l’esempio che diamo.
L’immagine degli Stati Uniti nel mondo non è più quella che era, non è quella che potrebbe essere né quella che dovrebbe. Questo paese paga un prezzo alto ogni volta che una crisi impedisce ai cittadini di migliorare i loro standard di vita – ed è quel che accade ormai da anni. Paghiamo un prezzo alto quando il nostro sistema politico non riesce a unirsi e a trovare un accordo, per quanto difficile, per contenere le spese e riformare il nostro sistema delle tasse. Paghiamo un prezzo alto quando gli interessi particolari vincono sull’interesse collettivo. Lo stiamo vedendo nelle divisioni di parte che hanno impedito una riduzione del deficit e un ambiente in cui il lavoro venga creato, non distrutto.
E’ qui che il contrasto tra quel che capita in New Jersey e quel che capita a Washington è più stridente. Negli ultimi 20 mesi in New Jersey c’è stata un’amministrazione divisa che però ha funzionato. Sia chiaro: non è che non ci siano liti e acrimonie. Ci sono disaccordi seri, spesso espressi a voce alta – nello stile del Jersey. Ma ecco quel che abbiamo fatto: abbiamo individuato i problemi, abbiamo proposto strumenti concreti per risolverli, abbiamo spiegato alla gente le conseguenze dell’inazione e siamo scesi a compromessi, su una base bipartisan, per raggiungere dei risultati. Abbiamo agito.
Come? Leadership e compromesso. Leadership e compromesso sono l’unico modo per riequilibrare due bilanci con più di 13 miliardi di dollari di deficit, senza alzare le tasse e mantenendo i servizi fondamentali. Leadership e compromesso sono l’unico modo per riformare il sistema pensionistico e sanitario dello stato che erano scoperti per un valore di 121 miliardi di dollari. Leadership e compromesso sono l’unico modo per mettere un tetto alle imposte sulla proprietà più alte di tutta la nazione, mettendo anche un tetto agli interessi arbitrari dei sindacati di lavoratori pubblici tra i più potenti del paese.
A Washington abbiamo visto una deriva, conflitto dopo conflitto, con poche o nessuna soluzione. Abbiamo visto un presidente che una volta parlava del coraggio delle sue convinzioni ma che ancora deve trovare il coraggio di comandare. Abbiamo visto un Congresso in guerra con se stesso perché non è in grado di lasciare gli atteggiamenti da campagna elettorale fuori dalla porta. Il risultato è un dibattito sul tetto al debito nazionale che ha fatto sembrare la nostra democrazia un sistema non più in grado di governare. Eppure ancora speriamo che il nostro presidente riesca alla fine a non sembrare uno che passa per caso nello Studio ovale. Ancora speriamo che possa dare uno scossone alla paralisi che finora gli ha impedito di affrontare i temi importanti per gli americani e per una comunità internazionale attenta e ansiosa. Sì, continuiamo a sperare. Perché ogni volta che il presidente lascia passare un attimo senza fare qualcosa, il suo fallimento è anche il nostro fallimento.
La regola per un governo efficace è semplice. Ronald Reagan la conosceva a memoria. La applicò nel Social Security come nella Guerra fredda. Quando c’è un problema, lo risolvi. Questo è il lavoro per cui sei stato eletto e non puoi aspettare che sia qualcun altro a farlo.
Quando la leadership fallisce noi paghiamo sempre di più. Il prezzo interno è ovvio: non cresciamo, la disoccupazione resta alta, ci rendiamo sempre più vulnerabili di fronte ai mercati capricciosi e alle scelte politiche dei nostri creditori. C’è anche un prezzo in politica estera: diminuisce la nostra capacità di influenzare il pensiero e il comportamento degli altri. Non c’è un modo migliore di convincere le altre società del mondo a diventare più democratiche e più “market oriented” che dimostrare che la democrazia e i mercati funzionano meglio di qualsiasi altro sistema.
Perché dovremmo avere a cuore questa dimostrazione? Perché, come Reagan, crediamo che la democrazia sia la migliore protezione per la dignità umana e la libertà. La storia ci ha mostrato che le democrazie mature hanno meno possibilità di rivalersi sui loro stessi popoli o sui paesi vicini. Poiché crediamo nel commercio libero e aperto, le esportazioni sono le migliori creatrici di lavoro e le importazioni servono ad aumentare le scelte dei consumatori e a contenere i prezzi.
Nel mondo, nel medio oriente, in Asia, in Africa, in America latina, molti stanno discutendo del loro futuro politico ed economico in questo preciso momento. Abbiamo anche noi una posta in gioco nell’esito di questo dibattito. Per esempio: un medio oriente democratico e in pace è un medio oriente che accetta Israele, rifiuta il terrorismo ed è una fonte affidabile di risorse.
Non c’è modo migliore per far sì che gli altri scelgano società ed economie più aperte che mostrare che questo sistema funziona. E’ stato detto molto, in questa stagione elettorale, sull’eccezionalismo americano. In queste dichiarazioni è implicito il fatto che noi siamo diversi e, sì, migliori, nel senso che è stato fornito dalla nostra democrazia, dalla nostra economia, dal nostro popolo. Ma se l’eccezionalismo americano vuole davvero dare una speranza e un esempio di alta qualità al resto del mondo, questo eccezionalismo va dimostrato, non soltanto affermato. Se è dimostrato, sarà apprezzato e imitato dagli altri.
Sfortunatamente, attraverso la nostra politica interna abbiamo smesso di mantenere in vita la nostra tradizione di eccezionalismo. Oggi il nostro ruolo e la nostra capacità di influenzare il cambiamento è stata minata dai nostri problemi e dalla nostra incapacità di affrontarli in modo deciso. Per capirlo, basta vedere quel che ha detto il ministro delle Finanze austriaco a un vertice europeo in Polonia, qualche giorno fa: “Trovo bizzarro che, anche se gli Stati Uniti hanno numeri ben peggiori di quelli dell’Eurozona, continuino a dirci quel che dobbiamo fare. Mi sarei aspettato che il segretario al Tesoro Geithner, piuttosto che dirci come vede il mondo, avesse ascoltato quel che noi abbiamo da dire”. Vedete: senza una leadership forte a casa, senza la nostra casa in ordine, ci autoeliminiamo dall’equazione. Via via abbiamo permesso al resto del mondo di fissare nuovi standard senza l’influenza americana.
Certo, so bene che far funzionare le cose in casa, dare l’esempio, non è sufficiente. Gli Stati Uniti devono essere pronti ad agire. Dobbiamo essere pronti a comandare. Questo richiede risorse – risorse per la difesa, per l’intelligence, per la sicurezza nazionale, per la diplomazia. Gli Stati Uniti saranno in grado di sostenere una posizione di leadership nel mondo se ci saranno le risorse – ma le risorse necessarie ci saranno se le fondamenta dell’economia americana saranno sane. La nostra salute economica è anche una questione di sicurezza nazionale.
Senza l’autorità che deriva dall’eccezionalismo non possiamo fare del bene per gli altri paesi, non possiamo più essere una forte di speranza per il mondo e per le generazioni future. Se Reagan fosse qui oggi, sappiamo che cosa farebbe: affronterebbe i problemi interni di petto, con leadership e senza calcoli politici.
Ci vuole un approccio deciso e onesto per risolvere problemi di lungo periodo. Possiamo affrontare la crisi dell’occupazione dando certezza alle aziende per quel che riguarda i regolamenti e le tasse nel futuro. Possiamo sguinzagliare le nostre aziende nel mondo attraverso una riforma di lungo periodo, non con stratagemmi per il breve termine.
Ci vuole un approccio deciso e onesto per risolvere problemi di lungo periodo. Possiamo affrontare la crisi dell’occupazione dando certezza alle aziende per quel che riguarda i regolamenti e le tasse nel futuro. Possiamo sguinzagliare le nostre aziende nel mondo attraverso una riforma di lungo periodo, non con stratagemmi per il breve termine.
Gli Stati Uniti devono anche diventare più esigenti riguardo a quel che vogliamo ottenere all’estero. Non possiamo certo forzare gli altri ad adottare i nostri principi. Le realtà locali contano, non possiamo forgiare le altre società a nostra immagine e somiglianza. Dobbiamo limitare il nostro ruolo nel mondo a quel che riguarda il nostro interesse nazionale in modo da poter ricostituire le fondamenta del potere americano qui, a casa – fondamenta che devono essere ricostituite per sostenere il nostro ruolo di leadership nel mondo nei decenni a venire.
Dire che vogliamo mettere ordine in casa non significa voltare le spalle al mondo. Non dobbiamo e non possiamo farlo. La nostra economia dipende da quel che esportiamo e importiamo: come abbiamo scoperto nel modo più duro dieci anni fa, il nostro paese e il nostro popolo sono vulnerabili di fronte a terroristi armati di forbici, bombe e virus, che siano generati da computer o fatti dall’uomo. Dobbiamo restare vigili e pronti ad agire assieme agli amici e agli alleati per scoraggiare, o fare deterrenza, o difenderci contro le aggressioni tradizionali; per fermare la diffusione dei materiali nucleari e dei mezzi per usarli; per continuare a privare i terroristi degli strumenti e delle opportunità di imporsi.
So che quel che dico richiede molto ai nostri politici e alla nostra gente. Mi dichiaro colpevole. Colpevole di ottimismo. Come Reagan, credo in quel che questo paese e i suoi cittadini possono ottenere se capiscono quel che viene loro richiesto e quanto possono beneficiare della sfida. Non c’è dubbio nella mia mente che noi, come paese e come popolo, siamo fatti per le sfide. La nostra democrazia è forte, la nostra economia è la più grande del mondo. L’innovazione e la propensione al rischio sono nel nostro Dna collettivo. Non c’è posto migliore dove investire. Soprattutto, abbiamo dimostrato capacità straordinare nel vincere le sfide.
Oggi la sfida più grande da vincere è quella che ci presentiamo da soli. Non dobbiamo diventare un paese che mette il diritto di fronte al risultato. Non dobbiamo diventare un paese che mette bugie consolatorie davanti a verità difficili. Non dobbiamo diventare un paese che pensa così male di sé da non pretendere sacrifici. Siamo molto meglio di tutto questo e dobbiamo esigere un paese migliore di questo.
Oggi la sfida più grande da vincere è quella che ci presentiamo da soli. Non dobbiamo diventare un paese che mette il diritto di fronte al risultato. Non dobbiamo diventare un paese che mette bugie consolatorie davanti a verità difficili. Non dobbiamo diventare un paese che pensa così male di sé da non pretendere sacrifici. Siamo molto meglio di tutto questo e dobbiamo esigere un paese migliore di questo.
Se vogliamo raggiungere un reale eccezionalismo americano, un eccezionalismo che si ponga come esempio di libertà nel mondo, dobbiamo comandare con unità e obiettivi. Nel 2004, il senatore Barack Obama ci aprì una finestra nella visione della leadership americana. Disse: “Mentre parliamo c’è gente che si prepara a dividerci, i maestri dello spin, gli spacciatori di pubblicità che abbracciano la politica del ‘va bene tutto’. Be’, a loro questa sera voglio dire che non esiste un’America liberal e un’America conservatrice, esistono gli Stati Uniti d’America. Non c’è un’America nera e un’America bianca, un’America latina e un’America asiatica, esistono gli Stati Uniti d’America”.
Ora, sette anni dopo, il presidente Obama si prepara a dividere la nazione per essere rieletto. Questo non è uno stile di leadership, è una strategia per la rielezione: dire a chi è impaurito e sofferente che l’unico modo per stare meglio è sminuire il successo degli altri; tentare cinicamente di convincere quelli che sofforno che la torta economica americana non è più in crescita e non darà più prosperità a chi lavora duro; insistere sul fatto che dobbiamo tassare e demonizzare chi ha già ottenuto il suo sogno americano. Questa può anche essere una buona strategia per la rielezione, ma è un messaggio demoralizzante per l’America. Che cosa è successo al senatore Obama? Quand’è che ha deciso di diventare uno di quei “divider” di cui parlava in modo tanto eloquente nel 2004? C’è naturalmente un’altra scelta.
L’altra scelta è quella fatta da Reagan negli anni Ottanta. Questo approccio di leadership è rappresentato benissimo nelle parole che disse alla nazione nel discorso d’addio nel 1989. Disse che non era stato lì a girarsi i pollici. Era lì per fare la differenza. Poi parlò della città sulla collina e di come l’aveva resa più forte. Disse: “Ho parlato della città che splende per tutta la mia vita politica, ma non so se ho mai davvero comunicato quello che vedevo mentre lo dicevo. Nella mia mente era una città alta, fiera, costruita su rocce più forti degli oceani, battuta dai venti, benedetta da Dio, e colma di persone di tutti i tipi, che vivono in armonia e in pace. Una città con porti aperti che vivevano del commercio e della creatività. E se dovevano esserci delle mura, le mura avevano porte, e le porte erano aperte a chiunque avesse la volontà e il cuore di entrarci. Ecco come la vedevo, e come la vedo tuttora”.
Questo è l’eccezionalismo americano. Non uno slogan in un discorso politico, ma una visione seguita da azioni basate su principi che ci hanno fatto invidiare da tutto il mondo. Non una strategia per la rielezione, una strategia per la rivitalizzazione americana. Possiamo tornare a essere così, ma non finché non chiediamo ai nostri politici di dirci la verità, affrontando i nostri limiti, celebrando i nostri successi e, ancora una volta, guidando il mondo sulla base di quello che siamo stati in grado di ottenere. Soltanto così possiamo garantire ai nostri figli e ai nostri nipoti che vivranno nel nuovo secolo americano. Lo dobbiamo a loro, a noi stessi, a quelli che sono venuti prima di noi.
Grazie ancora per l’invito, che Dio vi benedica e che Dio benedica gli Stati Uniti d’America.
Grazie ancora per l’invito, che Dio vi benedica e che Dio benedica gli Stati Uniti d’America.
di Chris Christie